venerdì 13 marzo 2009

ALTA QUOTA

Racconto di Ernesto

Dove i ricordi non sono bastati, ho fatto ricorso alla fantasia; ho smesso di raccontare quando la fantasia è mancata. In fondo certe storie è meglio viverle.... e basta!
Ernesto


Giustificazione:

Cinque chilometri sono tanti. Se poi si fanno con gli sci da fondo ai piedi, in salita, trascinando penosamente le gambe, in una comica imitazione dell'elegante gesto alternato di chi è tecnicamente preparato, allora diventano troppi. Se ci aggiungiamo i 15 kg di peso in più che abbiamo sulle spalle, meglio sarebbe dire sopra le palle, giusto all'altezza dell'ombelico, plasticamente sagomati a campana, in quel l' ingombrante rotolo di trippa che ormai ci circonda la vita, allora si trasformano in supplizio. Se hai la sfiga di trovare una giornata spendidamente soleggiata ma perversamente ventosa, con raffiche violente e rigorosamente contrarie alla direzione prevista, come se qualche sadica divinità si stesse divertendo a soffiarci contro i suoi respiri, giusto per godere dei nostri affanni, allora quei chilometri diventano un incubo. Cosi, passo dopo passo, il respiro si accorcia, la fame di ossigeno aumenta, la gola brucia, il sapore dolciastro dei capillari rotti ti scivola sulla lingua, la vista si fa meno nitida, i pensieri e le frasi escono dalla mente senza virgole , ma con abbondanza di puntini di sospensione tra una parola e l'altra...

Misfatto:

A dir la verità non avremmo dovuto usare gli sci , ma le ciaspole, termine sentito da me per la prima volta 10 giorni fa, quando qualcuno di noi propose la gita sulla neve. Ma visto che la pattuglia degli impavidi cinquantenni convenuta nella val Ferret, si era ridotta, a forza di defezioni dell'ultima ora, a soli 5 persone, decidemmo tutti insieme di noleggiare quei lunghi strumenti di tortura.
Alle 9,30-10,00 eravamo tutti schierati all'inizio della pista, Lella, Bruno, Giovanni, Massimo ed io, già pregustando il piacere della abboffata di polenta e carbonada, una volta arrivati al rifugio-ristorante, e della consequenziale pennica al sole, sbragati sulle sdraio.
Tre minuti dopo, Lella velocissima, con la sua tecnica di pattinaggio di una naturalezza sconcertante, già si confondeva in fondo alla valle con le ombre degli alberi. E' un piacere vederla sciare. Estetica ed eleganza accompagnate dal sorriso sempre presente sul suo volto.
Bruno ogni cento passi si fermava , rapito dalla visione di un'ombra sulla neve, dal riflesso del sole sull'acqua del torrentello, dalla baita dei sogni sepolta sotto una trapunta bianca: si era portato dietro , infilata nello zaino, la mitica Canon, e le soste erano altrettante serie di scatti.
Massimo ed io arrancavamo dietro, ognuno nella propria corsia di binari, ognuno concentrato nel non cadere.
Si avanzava di un metro, e contemporaneamente le raffiche ci facevano arretrare di due spanne.
Giovanni era combattuto. Almeno io percepii che lo fosse. Avrebbe potuto, probabilmente voluto, tranquillamente pattinare via, visto che la sua tecnica glielo permette.
Invece, molto carinamente, per quei primi tratti, ci accompagnava tranquillo, senza sforzo apparente, affiancandoci nel tragitto.
Con la coda dell'occhio, vedevo Massimo che si muoveva con la grazia e la elasticità di un manichino caricato a molla, con scatti rigidi come fosse un robot , avanzando ora la destra ora la sinistra, impossibilitato, dalla abbondanza del girovita e da un fantomatico dolore al ginocchio, ad armonizzare il gesto.
Io non ero migliore, anzi, essendo più basso, sembravo la controfigura di beppe la talpa , dei fumetti di lupo alberto.
Dopo un'ora di questo dramma, percorsi forse neppure due chilometri, ero già in estasi: il fiato corto mi aveva mandato in iperventilazione, il vento mi aveva congelato le orecchie, gli occhiali appannati non mi permettevano di discernere oltre la punta degli sci, il freddo aveva trasformato la fontina filante del toast della colazione in un blocco compatto che sentivo galleggiava nel mio stomaco.
Non da meno , lo sguardo di Massimo era perso nel vuoto , verso l'alto della valle, cercando speranzoso di riconoscere la sagoma cubica del rifugio-ristorante.
Giovanni, sempre al nostro fianco, tratteneva a stento le risate nel vedere le movenze di questi due esseri, un tempo stimati compagni di banco.
Proprio allora ci accorgemmo che un'ombra minuta , a passi brevi e rallentati, silenziosamente si avvicinava dietro di noi.
Proprio allora le corsie, i binari , piegavano verso sinistra, in una leggera curva.
Proprio allora, Massimo nel tentativo di spostarsi per fare passare quella sagoma che ormai ci aveva raggiunto, cadde di lato. Le gambe allungate sulla pista , come una sbarra di un passaggio a livello, impedivano a questa persona di proseguire. Capii di avere davanti una donna , ma il sole alle sue spalle mi impediva di scorgerne il volto...
Proprio allora la mia mente rattrappita, giusto per fare il brillante, partorì in rapida successione una serie di stronzate, che la mia lingua e il miei polmoni sparsero per la valle, concretizzandole in una delle più grottesche e imbarazzanti conversazioni che io ricordi:
=”Massimooo, attentooo” dissi quasi urlando, ma con intento canzonatorio e volutamente ridanciano – “fai passare la signorina....”; poi rivolto alla donna, che si era fermata a pochi passi, --” lo scusi, sa, lo fa apposta, ci prova in continuazione, fa cosi con tutte “... Vidi Massimo che sogghignava da sdraiato, subendo il fatto di essere stato messo di mezzo.
E lei, rivolgendosi a Massimo: “ si è fatto male?.. vuole che l'aiuti?”.
Poi, in una frazione di secondo, la scena cambiò.
Volgendomi verso di lei, quasi torcendomi all'indietro, riuscii a vederla bene in viso. Mi accorsi con imbarazzo che la signorina in realtà era una attempata signora di almeno 70 anni..!!! Piccolina, magra, ossuta, il viso segnato dall'età. “Abbordata da un idiota........gerontofilo” avrà pensato .
L'imbarazzo si trasformò in panico quando lei continuò, rivolta a tutti noi : “ Sapete oggi è una giornata particolare per me. Mio marito è morto da poco. Venivamo sempre qui , in valle a sciare. Ho portato le sue ceneri, perchè le voglio spargere lungo la pista. Così saremo ancora insieme.”
“ Oh, signora, mi scusi, non volevo fare lo spiritoso in un momento cosi infelice per lei. Mi perdoni, sono stato inopportuno...”
“ non si preoccupi , Lei non poteva saperlo”
Proprio allora la mia mente rattrappita, imperterrita, giusto per rimediare la grama figura di alcuni istanti prima, riuscì a partorire un'altra stronzata colossale.
Come un elefante col morbo di parkinson immerso nelle sabbie mobili, persi l'occasione di non far nulla, glissando il momento.
Cosi, continuando ad affondare: “Ma signora, vede; suo marito E' qui. E' qui con noi!. Vede la, quell' albero? Ecco suo marito è dietro quell'albero, è dentro quegli altri alberi laggiù, è tutto intorno a noi. E ' nei suoi pensieri e nei suoi ricordi !!”
: “ si, forse , ma è crudele; La vita è crudele” e dicendo questo , si rimise in marcia, abbandonandoci un po interdetti, tornando a percorrere, lungo quella pista bianca, il proprio calvario.
Dopo attimi di silenzio, sconsolato, mi rivolsi a Giovanni: “ ........che figura di mmerda...!!!”
Massimo era piegato, scosso dalle risate.
Giovanni mi guardava inebetito, in silenzio, sicuramente pensando: “ma sei scemooo, ma che cazzo ti è venuto in mente di dire ?”
Invece, riuscì a chiedermi, senza sghignazzare, quasi a voler mitigare il mio imbarazzo: “ com' è che era quella cosa degli alberi?”
Abbassai la testa soppraffatto dalla vergogna
Dopo alcuni secondi di assestamento, tutti noi tre rincominciammo a faticare in salita, attirati, come magneti di polo contrario, dal pensiero della polenta calda. Un'altra ora di passi strascicati e finalmente scorgemmo prima alcune sdraio abbandonate, poi l'edificio, poi il fumo profumato di spezie che usciva dal camino del rifugio, poi la scritta Ristorante, poi alcune persone che beatamente si crogiolavano al sole , sulla spianata antistante l'edificio.
E li, la mia mente rattrappita, assestò l'ultimo colpo , il più lieve forse, ma come la proverbiale goccia, quello sufficente a far traboccare il vaso ormai colmo.
Tra le persone scorsi Bruno che spaparanzato su una sdraio si godeva meritati momenti di riposo in attesa del pranzo...
Da lontano gli urlai:” Brunooo, ne ho combinata una delle mie!!!”..mentre parlavo mi avvicinavo...” Abbiamo incontrato una signora ….” la sua sagoma si stagliava netta contro il sole..” ho incominciato a fare lo spiritoso.....” ormai ero a pochi metri e con sgomento mi accorsi che lui non era Bruno... Era il gestore del rifugio... “ ops, mi scusi, Lei assomiglia moltissimo a un mio amico, mi perdoni...” In realtà non era neanche vero, ma trovai solo quella maniera per provare a giustificarmi.
Mi volsi indietro verso Giovanni e sottovoce aggiunsi”Altra Figura di merda gigantesca”
Ormai vinto dalle emozioni della mattina entrai nel ristorante affranto.
Proprio sulla soglia arrivò il primo “raggio di sole” della mattinata. Paola e Pippo erano arrivati all'ultimo momento, contraddicendo il forfet annunciato la sera prima.
La sorpresa fu grande ed immensamente gradita...
Mi sedetti su una panca nell'angolo del locale, circondato dai miei amici ed ex compagni di scuola li convenuti. Attaccai a dire: Sapete cosa mi è capitato stamattina?...” E finalmente sorrisi...


lunedì 9 marzo 2009

Le prime foto della fondo-ciaspolata

Forse non tutte sono paragonabili a quelle di Bruno, ma la piacevolezza del week-end merita di essere ricordata anche con gli scatti "minori"!

Ho anche aggiunto 3 foto che erano rimaste in canna dalla cena dei 30 anni, non perchè siano belle, ma per testimoniare quanti siano i "pelandra" che con scuse banali, o peggio senza dare segno di vita, si sono defilati.
Mi sono ritornate in mente le ore di ginnastica quando con Incorvaia (almeno finchè non gli ho fracassato le costole) i più smidollati si nascondevano penosamente dietro le colonne per non correre!

A presto.
Giovanni


martedì 3 febbraio 2009

Ciaspolata a Cogne o dintorni


Ehilà gente, eccomi qua !

Chiedo venia per la lunghissima assenza….vediamo quindi di recuperare e mantenere fede agli impegni verbali presi con Pippo e Paola prima di Natale in quel di Porta Genova , passati regolarmente nel dimenticatoio (non Pippo e Paola…. gli impegni, ovviamente)
Allora: per la Val di Cogne avevo una mezza idea ( ciaspolata notturna con cena in baita nel bosco ).
Pro: atmosfera fantastica in qualunque condizione atmosferica, fascino del muoversi in ambiente boschivo di notte, etc. )
Contro: necessità di pernottare a Cogne almeno 1 notte, difficoltà organizzative (la baita in questione viene aperta solo su richiesta e con un minimo di partecipanti, alto rischio di congestione post-gozzoviglio durante l’ora e mezza necessaria al ritorno in paese, scarsa possibilità di gestire la fissazione di una data in modo flessibile (prenotazione baita, albergo, noleggio ciaspole ), costi generali più elevati.
Una validissima alternativa, molto più economica e sicuramente meno vincolante , potrebbe essere una puntata in giornata al cospetto del Monte Bianco in quel della Val Ferret.
Oltre ad offrire uno degli scenari più entusiasmanti delle Alpi Occidentali, consente di muoversi senza soverchia fatica in direzione di due Rifugetti posti nel fondovalle con ogni mezzo possible diverso dall’automobile, ovviamente (sci da fondo, ciaspole, scarponi, e al limite anche infradito per veri uomini …c’è un vero e proprio sentiero battuto che corre parallelamente alle piste di fondo ).
All’esterno dei Rifugetti, è possible sollazzarsi consumando generi alimentari tipici (polenta e salsicce, polenta e funghi, polenta salsicce e funghi, salsicce funghi e polenta, polenta polenta e polenta, e via dicendo….le torte della casa sono eccellenti, la grappa non manca di sicuro )
Pro: si può gestire in maniera elastica il discorso date anche in funzione delle previsioni atmosferiche, scenario FANTASTICO, costi limitati, divertimento assicurato, tintarella pure.
Contro: altamente sconsigliato la domenica per questioni di affollamento (ma quale posto non lo è ? ), obbligo di levataccia (bisogna raggiungere la valle entro le 9.00, pena l’obbligo di dovere utilizzare alla navetta dal villagio di Entreves per raggiungere il punto di partenza della gita…assolutamente sconsigliato….morale, bisogna partire da Milano alle 6.30 e non oltre).
Allora, settimana di carnevale esclusa, almeno per quanto mi riguarda, ogni data da qui a fine marzo per me può andare bene.
Resto aperto ad entrambe le possibilità, fatemi sapere….mi permetto di suggerire fin d’ora una data, se no finisce che la tiriamo troppo lunga: uno degli ultimi due week-end del mese in corso (febbraio, se ben ricordo)
Vedrò di visitare il blog più frequentemente, per restare aggiornato in merito alle eventuali adesioni.

Ultima cosa (anzi penultima ): complimenti a Ernesto per la lucidità e il piglio letterario con cui ha narrato le disavventure della notte sotto i fulmini, veramente grande!

Ultima: ho arrangiato alla meno peggio il mio sito fotografico (non quello indicato precedentemente da Massimo, che ringrazio ancora, ma uno assolutamente personale…è ancora in via di costruzione, ma il tempo a disposizione è così scarso che non credo di poterlo implementare a breve con qualche ideuzza che mi frulla per il cervello e soprattutto nuove foto…ogni eventuale visita è gradita fin da ora….questo è l’indirizzo web:

www.brunomariamphotography.com

messaggio per Paolo: Maria è il mio secondo nome.
Resto in attesa di Vs nuove…. e grazie per l’attenzione !
A presto !!
Bruno

lunedì 12 gennaio 2009

La Storia vista da noi....


Quando Rosario Villari, insigne storico e attuale professore emerito dell'Università di Roma "La Sapienza" nonchè socio nazionale dell'Accademia dei Lincei, scrisse nel 1969 il notissimo manuale per le scuole medie superiori "Storia Moderna", non pensava certamente all'uso che ne avrebbe fatto la Quinta Effe.

Direttamente dall'archivio storico di Paolo ecco alcune pagine ormai ingiallite di quel manuale che testimoniano la nostra passione per la storia e per i suoi insegnamenti.

Una curiosità: si scrive P.P.D. ma si legge...P.D. ?



Grazie Paolo e grazie anche al Professor Villari.

















sabato 3 gennaio 2009

I miei ricordi di una notte da incubo.....



Spero che Paolo e Bruno apprezzeranno queste poche righe...

le scrissi una 15na di anni fa... ma per pudore non ho mai avuto l'ardire di tirarle fuori dal cassetto dove erano rinchiuse.

Ora che ho 50 anni e non mi tira più , fanculo, chi se ne fotte....hahahaha..

A presto

Ernesto


Punta Ala


Ci avevano detto che il tempo, in generale, nella piana di Follonica era ottimo durante il mese di agosto. Ed in particolare, che non pioveva intorno a ferragosto ormai da 15 anni;
Cosi quando Bruno Paolo ed io decidemmo di incamminarci dalla pineta del nostro campeggio, per arrivare a Punta Ala,dove era in vacanza Cristina,la ragazza di Bruno, non ci preoccupammo di portare grandi attrezzature;
Solo i nostri stracci-indumenti, la canadese a due posti,ma che doveva contenerci tutti e tre, (all'epoca eravamo tutti molto più magri), ed uno zaino ciascuno, con il necessario per sopravvivere i quattro giorni che ci eravamo prefissi di trascorrere lontano dagli altri della compagnia.
Eravamo allegri, certi di poter superare senza affanni eccessivi, forti dei nostri 18 anni, i 40 km che ci separavano dalla roulotte dei genitori di Cristina,che ci aspettava più a sud.
Il sorriso e le battute spontanee e continue dei primi minuti, a poco a poco lasciarono il posto ad una più attenta e parsimoniosa gestione del respiro.
Camminando ai bordi della superstrada costiera, le auto veloci che ci passavano a fianco, sollevavano nuvole di odori di benzina disgustosi.
A poco a poco ognuno di noi prese a camminare in silenzio, come se quel percorso fosse un viaggio solitario rotto solo da quegli sguardi di complicità che ogni 100 mt ci scambiavamo, come per dirci" ce la facciamo".
Arrivati al bivio per la costa, li dove la strada piega verso l'interno, ormai i nostri sguardi erano persi nel vuoto, vinti dalla fatica del cammino; mancavano ancora 30 km ed erano già le 11 del mattino.
Il caldo stava facendo liquefare ogni nostra tenacia, ed ormai aveva vinto, appassendo ogni nostra allegria.
Vigliaccamente chiedemmo un passaggio ad un'autista compassionevole che proseguiva per Punta Ala.
In macchina, con i muscoli delle gambe finalmente rilassati, ritrovammo la voglia di parlarci e di glorificare la mancata impresa che ci eravamo prefissati.
Non ci fu bisogno di dichiararlo, ma il tacito accordo di non raccontare come in realtà fossimo riusciti ad arrivare alla meta, ci balenò contemporaneamente negli occhi, come una scintilla sottile, una piccola piega complice agli angoli degli occhi, il lembo delle labbra piegate leggermente verso il basso, ad accennare un sorriso beffardo.
Cosi gonfi di gloria non meritata, ci presentammo al cospetto di Cristina e dei suoi genitori piacevolmente sorpresi di vederci ancora in ottima forma nonostante la fatica. Nel campeggio non c'era più posto, così dovemmo arrangiarci a montare la tenda nella pineta attigua, esattamente ai margini di un piccolo spazio spoglio, quasi una radura.
La nostra tenda era veramente minuscola, con solo due paletti alti poco più di 50 cm a far da struttura portante.
La tensione del tessuto e la resistenza delle cuciture dovevano garantire la tenuta al tiro delle cordicelle sui paletti di ancoraggio.
Ma questo lottare tra destra e sinistra della stoffa di cotone, aveva ormai prodotto i suoi effetti.
Sdraiati col naso all'insù dentro quella che da lontano sembrava una enorme cioccolata triangolare della Pernigotti, ognuno dal proprio osservatorio personale, ognuno col proprio buco, ognuno dalla propria camera con vista, potevamo tranquillamente seguire per lunghi tratti il volo dei gabbiani alti sull'acqua.

Ma che importava? Tanto a Follonica non piove mai!!

Alle tre di notte, Bruno che ha sempre avuto un sonno leggero, ci svegliò: borbottii e rimbombi lontani, strani chiarori e luci diffuse si stavano intensificando.
Lui già da un pezzo,insonne, li ascoltava.
La banda musicale che lentamente a passo di marcia ti avvisa del suo arrivo, prima sommessamente, con sprazzi di note inframmezzate dal silenzio del vento che porta via la melodia, poi sempre più forti, rimarcate dalle battute della grancassa che costringeil tuo stomaco a digerire quanto del cibo ancora integro, cosi il temporale in arrivo annunciava la propria venuta.

Non ci fu prologo ne overture. Non appena azzardammo il naso fuori dalla cerniera lampo del nostro rifugio, un flash immenso si abbattè a pochi metri da noi, accompagnato dal più colossale boato che io ricordi di aver udito e seguito a pochi millesimi di distanza da tre urla all'unisono e tre imprecazioni e relative bestemmie in varie tonalità.
Immediatamente dopo, ma parlo di istanti,ci trovammo letteralmente sommersi, completamente fradici sotto una spanna d'acqua.
I fori nella tela che ci faceva da tetto, e che nella ubriacatura dell'inizio del sonno ci avevano permesso di socchiudere gli occhi col ricordo di un bel color turchese, quei fori ora erano diventati sadici imbuti che convogliavano litri di pioggia proprio dentro i nostri miseri averi.
Con affanno, quasi con angoscia, urlandoci ordini contraddittori l'un l'altro, a squarciagola per coprire il frastuono raccogliemmo quanto più ci riuscì di afferrare nel buio assoluto;
Cioè nulla tranne quello che avevamo addosso: il nostro sacco a pelo.
Come fantasmi svolazzanti nella notte, come vampiri coperti dal loro mantello, incominciammo a correre nel buio cercando di raggiungere nel più breve tempo possibile la roulotte di Cristina.
Eravamo sotto un bombardamento. I lampi dei fulmini ci cadevano a pochi metri, o per lo meno così ci sembrava.
Il colpo di maglio dei tuoni che li seguivano ci facevano sobbalzare ancor di più.
I primi non potevamo prevederli, i secondi erano da loro annunciati ma nonostante questa tensione, i nostri timpani e le nostre viscere non riuscivano a prepararsi adeguatamente.
Eravamo terrorizzati.
Il nostro panico raggiunse vertici inimmaginabili quando ci rendemmo conto che l'unico modo per raggiungere la roulotte di Cristina, a quell'ora di notte, con tutti i cancelli chiusi era attraverso al spiaggia.
E sulla spiaggia, illuminate a giorno dalle luci psichedeliche dei lampi, stavano immobili ed inerti una trentina di barche a vela, coi loro alberi fieri di metallo luccicante, ma cosi simili a tanti parafulmini che scaricavano direttamente nella sabbia.
E tra quella sabbia dovevamo passare noi, praticamente a piedi scalzi.
Non avevamo scelta. Continuammo a correre tra le dune;
Nel modo più goffo e inutile che si possa immaginare,ad ogni lampo che arrivava, qualcuno di noi urlava "..Giuuuuu..." e tutti e tre ci lanciavamo in un tuffo plastico, allungato forse dalla portanza del mantello, atterrando sulla pancia con le braccia aperte a croce, contemporaneamente al botto del tuono, quasi fossimo stati noi a provocarlo.
Che importa se l'ipotetico fulmine,(che ci poteva colpire), se ci avesse colpito, lo avrebbe fatto comunque prima, prima che l'intenzione e il comando di lanciarsi in volo fosse partito dalle sinapsi del nostro cervello, prima che quell'ordine istintivo avesse avuto modo di compiersi;
Nonostante l'inutilità del gesto, continuammo a cadere ed a rialzarci, a scendere ed a risalire rispetto alla sabbia come il collo delle oche curiose che starnazzano sull'aia.
C'era acqua dappertutto: sopra di noi il diluvio, quasi un muro liquido, frazionato in gocce dure che colpendoci facevano quasi male; a destra il mare, stranamente calmissimo, quasi immobile, ma butterato da infiniti crateri che l'energia della pioggia provocava sulla suasuperficie di vetro: sembrava una enorme e grottesca grattugia per formaggio piatta.
Sotto di noi il fango, quello strano miscuglio di polvere di sabbia e pioggia, che non faceva in tempo a filtrare e percolare via, accumulandosi nei piccoli e frequenti
avvallamenti e buche della superficie dell'arenile, per contrasto compatta e resa poco cedevole da tutta quella umidità.
Su di noi, completamente zuppi, ancora acqua. Acqua dentro i nostri capelli, impregnata nei nostri vestiti che ora, anche se estivi, pesavano tantissimo.
Dentro di noi acqua: annacquava la nostra volontà, sommergeva, facendola affogare, la nostra capacità di agire.
Tutto intorno a noi lampi, flash, spicchi di luce in continuazione; tenevano a braccettoboati immensi, un terremoto di suoni cupi, una mitragliata di tuoni:una folla di sensazioni visive ed uditive;
Ma eravamo soli.
Ebbi paura; ma veramente paura di non arrivare alla fine di quei 200 mt di spiaggia.
Credo che la stessa paura la provassero i miei compagni di avventura;
In quegli attimi ciascuno di noi divenne consapevole di essere solo, di essere unico, di pensare alla propria essenza con sano egoismo.
Nello stesso tempo, quale contrappunto, stavamo provando, insieme, la sensazione di essere uniti da ciò che stavamo vivendo.
In quegli attimi eravamo una sola cosa, quasi una blasfema trasposizione divina.
Nei brevissimi istanti di luce accecante dei lampi, i nostri occhi si cercavano.
Quante volte, pur nell'angoscia di quei momenti e di quella corsa, ciascuno di noi attese preoccupato, porgendo la mano, tendendo aiuto, il ritardo degli altri, e che dopo pochi passi, diventava il proprio!.
Quante volte, volgendo lo sguardo indietro, domandavamo con la piega degli occhi " come va?".
E nei brevissimi istanti di quella luce, i nostri occhi si trovavano.
Forse allora capimmo..
Perchè da quella notte tra noi ed in noi qualcosa cambiò.

Se è vero che le persone sono isole di arcipelago separate l'un l'altro da bracci di mare;
Se è vero che l'unico modo di "sbarcare" su un altro atollo è quello di condividere emozioni;
Se è vero che è proprio il ricordo di quelle emozioni, l'unica cosa che ci fa ricordare la rotta, l'unica cosa che ci fa venir voglia di " navigare".
Allora quella notte noi gettammo un ponte tra le nostre esistenze solitarie;
Allora quella notte fummo consapevoli di aver marcato con una crocetta sulla carta nautica dei nostri affetti, l'esatta posizione di quelle due isole cosi vicine, ma nella nebbia della vita, così invisibili.

Allora, da quella notte, capii di non essere più solo.

lunedì 1 dicembre 2008

Paolo's Gallery




Ecco stanato un altro grande artista della Quinta Effe che andrà a fare compagnia a Bruno nella sezione "Uno di Noi"!

Andatevi a vedere le sue opere attraverso questi link.


King Size Racer Index

P.S.1:
Chi si nasconde ancora al grande pubblico del nostro blog? Il nostro terzo grande artista è Marco G., che se vuole uscire dall'anonimato basta che me lo faccia sapere rispondendo a questo post (ho già pronta una sua bella intervistina da pubblicare!). Gaetano, fatti vivo, mandaci qualche foto delle tue opere!


P.S.2:
Paolo, scannerizza le pagine più significative dei tuoi quaderni del liceo ( anche con Norge o simili incorporati!) e mandale a classequintaeffe@gmail.com perchè io possa pubblicarle!

martedì 25 novembre 2008

Impariamo a disegnare il "Norge"

A molti di noi è rimasto il cruccio di non essere mai riusciti a disegnare correttamente il "Norge" alla lavagna.
Mi tornano in mente Paolo, Marco ed altri della Quinta Effe che erano dei veri talenti artistici e che hanno rischiato più volte la sospensione nel tentativo di raggiungere la perfezione! Ho pensato quindi a questo breve video-corso stile "NON E' MAI TROPPO TARDI' che spero apprezzerete.

Alla fine del corso sarebbe bello pubblicare in un Post sul nostro blog una carrellata di nuove opere Post-liceali, Post-moderne, Post-eriori.

Al lavoro dunque!


domenica 23 novembre 2008

Le "FAVOLE" della Quinta Effe

Ernesto era un giovane fannullone che da 71 anni conduceva una vita deprimente in mezzo a donne di strada in un villaggio turistico. Il suo sogno segreto era tuttavia quello di imparare a fare il verso dei microcani per costruire una torre altissima o magari anche solo di adorare la mistica Ghiolla a Pois che regolava i destini dei popoli. Invece non poteva far altro che perdere tempo con il suo monotono amico Massimo , che era un perfetto lazzarone e non voleva sentir parlare di imparare a fare il verso del bidellodonti.
Un giorno particolarmente imprevedibile, Ernesto fu mandato da sua zia al crocevia per rubare la legna. Si sentiva di lontano il frinire dei mucconigli, ed era un mattino effervescente, cosi' il nostro Ernesto decise di prendere una scorciatoia. Ben presto, pero', si accorse di essersi infangato in una buca e si spavento'. Ma ecco che fu visitato da un bidelloniglio che gli disse: 'Ricorda il tuo amico Marco!' Allora Ernesto si commosse pochissimo poiche' la storia di Marco gli era indifferente . Marco si nascondeva da un branco di cinghiali e aspettando in mezzo a un accampamento di girovaghi era stato supplicato da una creatura ermafrodita dotata di una voce soave. Costui lo aveva pregato di regalare un Orecchino Profumato di Cartapesta per poter curare la sua grave tossicodipendenza. Mosso da fastidio, Marco aveva quindi accettato di buon grado. Poi pero' l'altare degli scudieri si era incendiato mentre lui passava, impedendogli di ammazzare qualche farfalunte. Mentre Marco scappava verso i prati verdi della sua giovinezza gli capito' di udire ancora quella voce dolce che sospiro' dietro di lui: 'Miserabile benefattore, lascia che ti prenda! Col cazzo ti offriro' un altro momento di gentilezza! Che tu possa precipitare in una fossa ad ogni passo!' E allora Marco si rallegro' di aver offeso Bruno, la Dea dei Guai e si rallegro' sapendo che non avrebbe avuto altro che sfighe nella vita.
E dunque Ernesto si desto' di botto e scopri' di avere davvero in tasca un Portachiavi di Velluto. Mentre tornava verso casa, era cosi' effervescente che una strana figura sul viale gli sembro' una brutta Ghiolla dal volto incazzato che veniva verso di lui, ma invece si trattava solo di sua nonna che gli corse incontro e lo abbraccio' perche' aveva perso le uova ed era in grave ritardo; Ernesto tuttavia non si preoccupo' poiche' la storia che aveva ricordato era un esempio di saggezza e seppe nel suo cuore che credendo fervidamente nel suo nuovo Astuccio d'Argento prima o poi sarebbe riuscito a redimere qualche farfaporco.

La favola di Ernesto è stata realizzata grazie a Polygen un programma che genera frasi casuali ma che spesso, come in questo caso, nascondono un fondo di verità.